La pillola abortiva Ru 486 ha conquistato col tempo in Francia – dove fu inventata negli anni Ottanta – crescente spazio nel quadro della cosiddetta orthogénie, il controllo delle nascite. Oggi, secondo una stima del Collegio dei ginecologi e delle ostetriche francesi, circa il 40% degli aborti sono praticati Oltralpe attraverso la sostanza sintetizzata dai laboratori della Roussel-Uclaf (da qui il nome Ru), che in Italia sta muovendo i primi passi. Eppure, nonostante a livello ufficiale la pillola che consente l’aborto per via farmacologica continui a essere presentata da tanti come un vanto della ricerca scientifica nazionale, l’uso della pillola abortiva continua a sollevare sul campo interrogativi di varia natura. Questo accade soprattutto dal luglio 2004, quando la somministrazione della sostanza è stata consentita anche al di fuori delle strutture ospedaliere. L’Ru 486 è entrata così a far parte della cosiddetta "medicina di città": in concreto, molti ginecologi e medici generici convenzionati con il servizio sanitario nazionale possono direttamente prescrivere e anche somministrare la pillola nei propri ambulatori.
È nel quadro di questa "liberalizzazione" che i dubbi di tipo psicologico e clinico legati alla diffusione della Ru 486 sono riemersi più forti che mai. «I medici che prescrivono la pillola abortiva incontrano problemi nell’accompagnamento personale delle pazienti, perché occorre che queste non siano troppo giovani o isolate dato che l’assunzione dell’Ru 486 è molto difficile se si vive quest’esperienza in solitudine», come racconta la dottoressa Ilona Mansoulié, ginecologa presso la Clinica ostetrica di Versailles. Si tratta della medesima solitudine di fronte a un gesto dalle ripercussioni anche estremamente traumatiche sottolineata con forza in un rapporto del "Comitato etico nazionale per le scienze della vita e la sanità": «Di fronte alla scelta tra Ru 486 o aborto chirurgico tramite aspirazione – spiega il Comitato – molte pazienti hanno preferito la sala operatoria per non ritrovarsi ad abortire da sole. L’aborto chirurgico si conclude così in 15 minuti nell’ambiente in fondo rassicurante di un ospedale». Lo stesso Comitato sottolinea che, contrariamente al mito della "pillola facile" tutt’oggi ampiamente diffuso da molti media transalpini, «l’Ru 486 implica numerosi passaggi tecnici – come dosaggi o ecografie – tutt’altro che facili da affrontare». L’organo consultivo tiene anche a ribaltare il mito dell’aborto come gesto "liberatore" diffuso da una cultura ritenuta assai influente in Francia, sottolineando invece che «per un gran numero di francesi l’aborto è attualmente vissuto come un fallimento».
Nuove preoccupazioni legate all’uso della Ru 486 sorgono in un’opinione pubblica francese sempre più preoccupata dall’invecchiamento demografico e dalla diminuzione del tasso di fecondità, che è comunque attestato su cifre superiori rispetto a quelle italiane. In effetti, una ricerca dell’Istituto nazionale di studi demografici (Ined) ha messo in risalto un paradosso: nonostante la crescente diffusione di metodi contraccettivi d’ogni tipo, in Francia il numero di aborti praticati è rimasto stabile rispetto agli anni Settanta (quelli della legalizzazione). Lo studio, pubblicato l’anno scorso, spiega questa contraddizione con l’«aumento della propensione a ricorrere all’aborto in caso di gravidanza non prevista». In termini numerici, «mentre nel 1975 quattro gravidanze impreviste su dieci (41%) si concludevano con una interruzione volontaria di gravidanza (Ivg), oggi il dato è salito al 62%». Di passaggio, vale la pena notare come anche a Parigi l’acronimo "Ivg" abbia ormai preso stabilmente il posto del termine tecnico avortement – aborto –, messo sempre più accuratamente ai margini del linguaggio ufficiale politicamente corretto della République. Nota terminologica tutt’altro che superflua perché esprime efficacemente il cambiamento di prospettiva verso l’aborto: l’aver già interrotto una gravidanza è infatti giudicato fra le maggiori cause della crescente tendenza ad abortire che si registra tra le donne francesi. Tale tendenza, osserva la ricerca, «sembra particolarmente marcata presso le giovanissime: malgrado una diminuzione significativa dei concepimenti, da una decina d’anni esse ricorrono più spesso all’Ivg».
Il paradosso ha in effetti contraddetto una predizione ricorrente: dagli anni Settanta in poi si continuava a ripetere che il numero di aborti fosse destinato inevitabilmente a diminuire. Ma l’ipotesi, legata all’assunto dell’aborto come "provvedimento estremo", si scontra ormai con una tendenza statistica consolidata. Emerge così con sempre maggiore chiarezza un fenomeno tutto francese di banalizzazione dell’aborto, sul quale hanno certamente inciso le campagne di comunicazione sull’uso della Ru 486. In effetti, ancora oggi la pillola viene spesso presentata dai media e anche da una parte del mondo medico come una "rivoluzione" e una "soluzione miracolosa" rispetto al passato. Una suggestione che tuttavia è molto lontana dalla realtà. Anche a livello clinico è stata più volte denunciata una certa tendenza a sorvolare sulla gravosità della pillola abortiva e sui suoi effetti collaterali, come il rischio di emorragie.
A preoccuparsi di questa tendenza semplificante infiltrata nella società francese sono state anche personalità del mondo scientifico. Il compianto genetista Jérome Lejeune lanciò numerosi avvertimenti contro la Ru 486, definendola addirittura «pesticida anti-umano». Durante il dibattito per l’introduzione della pillola, la posizione di Lejeune fu chiara: «Si vuole mettere sul mercato un prodotto che ucciderà ancor più facilmente i bambini. Sulla pillola abortiva e sulla legge che ne consente l’uso c’è una tecnica particolarmente temibile di manipolazione dell’opinione pubblica». Con grande coraggio, Lejeune denunciò anche il clima culturale sempre più filo-abortista, lo stesso del quale beneficiò l’Ru 486 quando se ne propose l’introduzione: «Occorre dire chiaro e tondo – affermò lo scienziato – che in Francia oggi non sembra essere possibile fare il genetista e insieme pronunciarsi pubblicamente contro l’aborto. Quando si è vecchi come me lo si può dire, ma occorre coraggio se si è nella fase iniziale della propria carriera e si rischia di vedersi rifiutare qualsiasi posto qualora si dica "io non ucciderò bambini"».
Confermano quanto sia attuale la denuncia di Lejeune due scandali scoppiati quest’anno in fatto di aborto, rispettivamente nel mondo della scuola e in quello ospedaliero. Uno dei temi proposti all’ultimo esame di maturità era in flagrante violazione sia della legge che vieta la propaganda dell’aborto sia del principio di libertà di coscienza: agli studenti era stato chiesto di esporre argomenti a favore dell’interruzione di gravidanza, in modo unilaterale. Poi è scoppiato lo scandalo dei 353 feti rinvenuti nel reparto di ostetricia dell’Ospedale Saint-Vincent de Paul a Parigi e conservati per anni al di fuori di qualsiasi quadro legale. La commissione d’inchiesta ha denunciato «disfunzioni e anomalie gravi». È anche questo clima a spiegare le crescenti preoccupazioni legate alla recente liberalizzazione della francesissima Ru 486.