Speciale Ru 486
(08 dicembre 2005)
In Piemonte, dove è cominciato tutto
di Federica Bello
È ripresa all’ospedale Sant’Anna di Torino la somministrazione della pillola abortiva Ru 486, temporaneamente sospesa dal ministro della Salute Francesco Storace. Il 1° settembre scorso era giunta all’ospedale torinese l’autorizzazione ministeriale che consentiva l’avvio su un campione di 400 donne della sperimentazione, per la prima volta in Italia, del metodo abortivo basato sull’assunzione della pillola Ru 486. Dopo 20 giorni, in seguito alla verifica sulla regolarità della procedura da parte di un pool di ispettori inviati dal ministro Storace, ne era stato imposto lo stop. In poco più di due settimane di sperimentazione erano state già condotte 26 interruzioni di gravidanza, quindi c’è stato un mese e mezzo di blocco, e ora la ripresa, consentita dall’adeguamento ai nuovi protocolli stabiliti dal ministero: in particolare il ricovero della paziente per tutta la durata del trattamento.
La vicenda della Ru 486 in Piemonte risale al novembre del 2000, quando i consiglieri regionali Carmelo Palma, Bruno Mellano (Radicali) e Giuliana Manica (Democratici di sinistra) presentarono un’interpellanza sull’aborto farmacologico indicandolo come «un’alternativa all’aborto chirurgico conveniente in termini economici e, nella generalità dei casi, preferibile in termini clinici, non presentando i rischi e i costi connessi a un intervento operatorio». A seguito di quell’interpellanza, il 29 gennaio 2001, Silvio Viale, ginecologo al Sant’Anna di Torino, inviava alla Direzione generale dell’Azienda sanitaria una "Richiesta di attivazione del servizio di aborto farmacologico in applicazione della legge n. 194/78", in risposta alla quale veniva annunciata la decisione di prendere in esame la domanda di sperimentazione. Informato della situazione l’allora ministro della Salute, Umberto Veronesi, si disse favorevole, incoraggiando i medici del Sant’Anna a predisporre uno studio che portò alla redazione del protocollo "Progetto pilota per l’introduzione di una metodica farmacologia per lo svuotamento abortivo dell’utero (IVG, aborto interno e uovo anembrionato)". La Commissione regionale di bioetica dopo essersi riunita nell’aprile successivo, il 28 ottobre del 2002 approvava quindi, con un voto contrario e un astenuto, il protocollo per la sperimentazione della Ru 486, attendendo per l’avvio la sola autorizzazione ministeriale, giunta nel settembre scorso, dopo ulteriori verifiche.
Proprio a fronte di un iter così lungo, l’ultima sospensione della sperimentazione ha suscitato diverse reazioni: dalla definizione da parte della presidente della Regione Piemonte, Mercedes Bresso, dell’intervento di Storace come un "fatto inaudito" e un "abuso", alla preoccupazione espressa dal Movimento per la Vita di Piemonte e Valle d’Aosta che tante polemiche potessero oscurare il nodo centrale del problema, cioè la "pericolosità dei tentativi di far diventare l’aborto una ’cura’ per la donna". Con la ripresa della procedura le attenzioni non sono diminuite. Il Comitato regionale Scienza & vita ha infatti diffuso un comunicato che evidenzia le criticità (sanguinamenti più lunghi, incidenza maggiore di vomito e di episodi dolorosi) da un punto di vista medico per la salute della donna. Nello stesso ospedale Sant’Anna inoltre, Clementina Peris, responsabile di Struttura semplice dell’Infertilità e subfertilità di coppia, ha più volte sottolineato come i vantaggi della pillola Ru 486 si riscontrino soprattutto in termini di economia ospedaliera (sollevando le strutture mediche dal dover mettere a disposizione per ogni caso una sala operatoria, un ginecologo, un chirurgo ecc.) e come il demonizzare l’aborto chirurgico per propagandare quello farmacologico sia in realtà una mistificazione irrispettosa della donna.
Il Comitato Pari opportunità dell’ospedale Sant’Anna sta infine mettendo a punto un documento di condanna verso le strumentalizzazioni sollevate dal caso Ru 486, raccogliendo firme di numerose ginecologhe che concordano sulla necessità di lavorare sempre dalla parte delle pazienti, affinché il minor numero possibile di esse debba ricorrere all’aborto, sia farmacologico, sia chirurgico.