Questione di interessi (28 maggio 2005)
Non toccate quel freno al business della provetta

di Aldo Loiodice

Le procedure e le tecniche di procreazione artificiale si svolgono attraverso fasi differenti e progressive, che hanno costi non irrilevanti. È difficile ricostruirli per intero, ma se ne può avere un’idea tenendo conto di quanto avviene nei cosiddetti "paradisi della provetta". Con la donazione di ovociti, si aggirano sugli 8.000 euro per il primo tentativo e crescono via via sino a superare i 20.000 euro. Vi sono cataloghi dei donatori, con foto, storia sanitaria e albero genealogico. Altro costo riguarda la diagnosi preimpianto per verificare se l’embrione è portatore di gravi malattie (anche se ciò arreca danno allo stesso embrione); le cifre sono alte: intorno ai 6.000 euro. Altri esborsi non sono precisamente noti, ma l’intera procedura raggiunge livelli non attingibili da tutti gli utenti (specie quelli a reddito fisso). Questi costi hanno alimentato un mercato ampio (definito anche "Far west") privo di disciplina in molti Paesi e, fino a un anno fa, anche in Italia.

Gli aspetti mercantili della procreazione in provetta sono strettamente condizionati dalla disciplina giuridica del settore. La restrizione normativa degli utenti alle sole coppie sterili, infatti, impedisce che i "capricci" della provetta possano sollecitare anche le coppie fertili rendendo più ricco il mercato della provetta. Anche la ricerca sulle cellule staminali embrionali alimenta flussi di risorse, che non sono giustificabili quando si danneggia la vita umana nei suoi momenti iniziali. La legge 40/2004 ha eliminato il "Far west" (esistente in precedenza) limitando gli spazi giuridici di ammissibilità della Pma (procreazione medicalmente assistita); nel periodo anteriore all’entrata in vigore della legge i mercati della provetta sono stati prosperi; al tempo stesso, libertà di impresa e libertà di ricerca hanno creato fenomeni economici non indifferenti nei quali l’embrione poteva essere trattato come oggetto da vendere o da cui prelevare le cellule staminali. La mancanza di una legge consentiva l’utilizzo degli embrioni in eccesso, le sperimentazioni per la clonazione, la crioconservazione, la fecondazione eterologa, le sollecitazioni ovariche per le donatrici, le diagnosi preimpianto eugenetiche. Si tratta di un quadro che la Corte costituzionale ha riconosciuto abbisognevole di disciplina.

La decisione n. 45/2005 della Corte costituzionale stabilisce, a proposito della legge 40, che "si tratta della prima legislazione organica relativa a un delicato settore, che negli anni più recenti ha conosciuto uno sviluppo correlato a quello della ricerca e delle tecniche mediche e che indubbiamente coinvolge una pluralità di rilevanti interessi costituzionali i quali, nel loro complesso, postulano quanto meno un bilanciamento tra di essi che assicuri un livello minimo di tutela legislativa". Esigenza, questa, già sottolineata dalla Corte, nella sentenza n. 347 del 1998. La stessa decisione precisa poi che "analoghe finalità di bilanciamento e tutela sono affermate a livello internazionale", nonché nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea proclamata nel 2000 in tema di consenso libero e informato della persona interessata, di divieto di pratiche eugenetiche e di divieto di clonazione riproduttiva degli esseri umani.
In sostanza la Corte ribadisce che la legge costituisce "un minimo di tutela agli interessi costituzionalmente rilevanti nella materia".

Al momento, non sono ancora emersi, nel dibattito in corso, tutti gli interessi e le prospettive che, in effetti, vengono in gioco; per esempio, l’aspetto più nascosto (quasi difeso) è quello che si veste della tutela costituzionale per la libertà di ricerca per coprire la sua vera natura di esigenza di ampliare la libertà di impresa reclamata (tramite la ricerca) dalle case farmaceutiche, dalle case cosmetiche, dalle case di cura private e dai ginecologi interessati.

Questo scenario più ampio, però, è stato introdotto nel giudizio di ammissibilità dinanzi alla Corte costituzionale dalla presenza in giudizio della Consulta nazionale antiusura (negli atti difensivi vengono segnalati anche i cosiddetti "miliardari della provetta"); si tratta di aspetti che non hanno ricevuto sufficiente attenzione. La situazione è nota a livello internazionale e recentemente l’Onu ha detto no alla clonazione, fissando un limite al "Far west" di molti Paesi. L’Assemblea delle Nazioni Unite ha adottato una dichiarazione sulla clonazione umana per proibire quelle tecniche incompatibili con la dignità umana e la protezione della vita, invitando a misure idonee a proteggere la vita umana in modo da prevenire lo sfruttamento delle donne nell’applicazione della scienza della vita.

La legge 40/2004 delinea il passaggio da uno stato di business a una dimensione economica meno redditizia. Le regole poste da tale normativa hanno infatti chiuso i mercati collegati alla fecondazione quali: quelli degli spermatozoi, degli ovuli, degli uteri in affitto con vera e propria prostituzione (che equivale a far mercato di sé) di donne e uomini e creazione di bambini (embrioni) con due genitori (destinatari finali) di futuri bambini "anomali" (quindi in situazioni discriminatoria rispetto a chi ha il suo unico papà e la sua unica mamma) perché, addirittura, potrebbero avere anche una madre genetica diversa da quella finale, un padre genetico diverso da quello finale e perfino una madre che partorisce pur non avendo offerto il proprio ovulo (e con fratellini - embrioni soprannumerari - preordinati alla morte per farlo arrivare nelle braccia di mamma e papà acquirenti); e quelli degli esseri umani embrionali in soprannumero (rispetto a quelli impiantati) da utilizzare per sperimentazioni, prodotti cosmetici (per il collagene e altro), per clonazioni, per ibridi e chimere e altre simili barbarie agghiaccianti.

Tutto ciò è ora vietato dall’art. 14, primo comma, atteso il diritto inviolabile di ogni persona a essere sé stessa, unica, irripetibile, fine a sé medesima e non oggetto da utilizzare per ricerche e/o per guarigioni di altri esseri umani; tanto più che (come ha spiegato Angelo Vescovi, dichiaratamente agnostico taoista, professore di Biologia cellulare nell’Università di Milano Bicocca) la ricerca su staminali non embrionali è l’unica acclarata scientificamente con guarigioni accertate di migliaia di persone all’anno e che, soprattutto, per altre malattie ancora inguaribili, si sta percorrendo già una strada rivoluzionaria, ma rispettosa della vita e della dignità dei più piccoli fra gli esseri umani, quale quella del "riavvolgere la macchina del tempo di una cellula adulta e riportarla allo stadio di staminale embrionale"; naturalmente, in tal modo, le "tecniche di clonazione e di estrazione delle staminali embrionali […coperte da brevetti […] diventerebbero carta straccia" (come ha dichiarato il professor Vescovi) e tanto più che l’uso delle cellule staminali embrionali, fino a ora mai tentato neppure in via sperimentale sull’uomo, si è dimostrato cancerogeno nella sperimentazione animale. Dinanzi alla Corte costituzionale questi profili sono stati documentati dall’Accademico dei Lincei, professor Oreste Arrigoni.

Si è chiarito ormai che azioni sperimentali sugli embrioni umani non sono scienza, ma delirio di onnipotenza dettato da "posizioni ideologiche e da interessi economici mostruosi". In materia di cellule staminali embrionali vi sono infatti tecniche e procedure coperte da brevetti. La scienza, quella vera, conforme alla Convenzione di Oviedo e alla logica umana di chi ha onestà intellettuale, già da anni opera a livello clinico sperimentale e cura malattie e apre nuove strade sperimentali e terapeutiche come la Monash University australiana per esempio, senza produrre e utilizzare embrioni o clonazioni degli stessi.

Le richieste referendarie, ritenute ammissibili dalla Corte costituzionale, vogliono aprire nuovamente gli spazi giuridici idonei a far sopravvivere i mercati estinti con il dichiarato (ma ipocrita) intento di consentire la libertà di ricerca sulle cellule staminali embrionali per la tutela della salute. La finalità vera è quella di ripristinare i mercati preesistenti. L’abrogazione o la modifica della legge 40/2004 priverebbe di tutela la vita dell’embrione, ma non arrecherebbe alcun effettivo vantaggio alla libertà di ricerca scientifica e alla salute. Bisogna andare, allora, al di là della facciata referendaria e superare la difficoltà di intendere quali siano i veri interessi tutelati con l’eventuale abrogazione parziale della legge.

Se la legge è destinata a rendere perfetta, al massimo, l’«imitatio naturae», che senso costituzionale può assegnarsi alla pretesa di intromissione, nella disciplina della legge, di una dimensione ipoteticamente più ampia della libertà di ricerca a fini che non sono solo terapeutici? Si nasconde, così, la libertà di impresa laddove si vuole consentire, tramite la libertà di ricerca, un intervento sulle cellule staminali embrionali attraverso la clonazione e la crioconservazione; quale obiettivo reale persegue il soprannumero di embrioni? Si tratta del diritto alla salute della donna, oppure di altri interessi? Se lo scopo della legge 40 è quello di superare una patologia (infertilità e sterilità) e non quello di guarirla, atteso che tale superamento deve ottenersi con il minor danno alla salute e ai diritti dei soggetti coinvolti, che senso avrebbe l’allargamento (anche ai fertili) della sfera dei soggetti che possono accedere alla Pma? L’allargamento a chi è fertile aumenta il numero degli utenti a favore degli imprenditori sopra menzionati. Che senso ha, poi, l’eliminazione della gradualità dell’invasione medico-chirurgica? A vantaggio di chi: della donna o dell’operatore chirurgico? Si può ancora osservare che, se la legge vuole rendere concreta la traduzione in realtà del desiderio (o diritto) di un figlio proprio, che senso avrebbe la fecondazione eterologa che porta ad avere un figlio altrui o non totalmente proprio? (...)

 

La fonte

Quest’intervento di Aldo Loiodice (ordinario di diritto costituzionale all’Università di Bari) è tratto dall’ultimo fascicolo del mensile "Studi cattolici", diretto da Cesare Cavalleri. La posizione della rivista sui referendum è chiara come il titolo del quaderno che apre il fascicolo: «L’embrione umano è persona». L’argomentazione è affidata a Carrasco de Paula, Adriano Pessina, Panajotis Kantzas, Carlo Caffarra, Sergio Belardinelli, Paolo Sorbi, Francesco Agnoli, Patrizia Vergani, Carlo Valerio Bellieni, Carlo Casini, Mario Palmaro e Alessandro Maggiolini. Tutti gli articoli daranno presto luogo a un volume edito da Ares («Studi cattolici», tel. 02 29.514.202, info@ares.mi.it).