Bugie & verità (24 novembre 2005)
«La Ru 486? Non ho mai sofferto così tanto...»

di Eugenia Roccella

Chi perora la causa dell’introduzione in Italia dell’aborto chimico lo fa in nome della libertà di scelta delle donne. Se esiste un metodo più sicuro per interrompere una gravidanza, una procedura meno dolorosa o più semplice – si dice – bisogna introdurla; starà poi alle donne scegliere. Vietare a priori una nuova tecnica è una pratica autoritaria che lede il diritto della donna a decidere in piena autonomia su se stessa e sul proprio corpo.

In Italia però la battaglia per la pillola abortiva ha assunto caratteri paradossali. Nessuno infatti ha vietato la Ru 486: semplicemente l’azienda che in Europa la distribuisce, la Exelgyn, ha deciso, almeno fino ad oggi, di non commercializzarla nel nostro Paese. Il nemico della libera scelta dunque non sarebbe il cardinale Ruini o il ministro Storace (l’uno esprime in piena legittimità la propria opinione, l’altro pretende l’applicazione della legge) ma l’azienda stessa, a cui il mercato italiano non sembra abbastanza appetibile. I difensori dell’aborto chimico sostengono che questa politica commerciale sia dettata dal timore delle reazioni di rifiuto in un Paese a forte impronta cattolica. Chi invece rimane ancorato a una certa cautela nei confronti del mifepristone, come Giuseppe Fioroni, avanza il dubbio che ci sia un’ambigua resistenza, da parte della Exelgyn, a sottoporre il prodotto agli esami necessari per poterlo registrare ufficialmente.

Nel frattempo, sembra sia scattata una corsa dei medici ad accaparrarsi in ogni modo il nuovo oggetto del desiderio, la magica pillola abortiva che farebbe dell’interruzione di gravidanza un evento meno grave e meno gravoso. Un aborto tanto poco aborto da convincere anche alcuni ginecologi obiettori di coscienza (i quali dunque considerano l’aborto un omicidio di cui non vogliono rendersi complici) a chiedere l’adozione della Ru 486 nella propria struttura sanitaria. Un po’ come se un avversario della pena di morte cambiasse idea nel caso che invece della sedia elettrica si adoperi l’iniezione letale, e anzi, si affrettasse a esigerne la sperimentazione.

Le donne che l’aborto lo fanno, però, sanno benissimo che non esiste un metodo semplice e indolore per interrompere una gravidanza. Se qualcuno desse un’occhiata al sito web della Danco (l’azienda che distribuisce il mifepristone in America) troverebbe circa 600 testimonianze femminili, tutte regolarmente timbrate, sulle controindicazioni della Ru 486 e sui danni che provoca. Sono denunce impressionanti, che vanno dal semplice «non ho mai sofferto tanto» a racconti di vero e proprio orrore.

La propaganda ideologica che accompagna in Italia la richiesta di introdurre l’aborto chimico batte irresponsabilmente sul tasto della «facilità». Prendere una pillola è facile, si sa, e chi esprime riserve vuole in realtà mantenere intorno all’interruzione di gravidanza un alone di sofferenza e colpevolizzazione. Ma se così fosse, se davvero la Ru 486 avesse il potere di cancellare l’elaborazione inconscia, la ferita del corpo e del cuore, nei Paesi in cui è stata permessa dovrebbe verificarsi un ricorso massiccio al metodo chimico, piuttosto che a quello chirurgico o all’aspirazione. La situazione, invece, è molto diversa.

Nel terzo mondo, dove l’uso dell’aborto chimico è subito diventato elemento integrante dei piani di controllo demografico messi in pratica da governi autoritari – spesso con il sostegno degli organismi internazionali –, non si può certamente parlare di libera scelta femminile. L’adozione di massa, in India e Cina, della pillola abortiva, è dovuta alla sua facilità di somministrazione, in luoghi dove le strutture sanitarie sono carenti o addirittura assenti. Il fatto è tanto più grave in quanto la Ru 486 presenta rischi che richiedono un’assistenza maggiore dell’aborto chirurgico, e anzi, nei protocolli è in genere richiesta la vicinanza a un pronto soccorso che sia in grado, per esempio, di fronteggiare un’emergenza emorragica. Ma la libertà delle donne e la tutela della loro salute passano decisamente in secondo piano quando l’interesse prevalente è quello di bloccare le nascite.

In Occidente, invece, la situazione si presenta a macchie di leopardo. Se in Francia, suo Paese d’origine, la pillola abortiva è adoperata da un consistente numero di donne (circa la metà di quelle che decidono di abortire), negli Usa solo il 3% delle donne la sceglie. In Inghilterra, dove pure il ricorso all’aborto è ampio, la Ru 486 ha un indice di gradimento molto limitato, mentre addirittura in Germania la casa che la distribuisce ha meditato se ritirarla dal commercio, visto che il bassissimo uso da parte delle donne tedesche la rende poco redditizia.

La verità è che l’aborto chimico viene scelto laddove è fortemente promosso, o dove le condizioni dell’assistenza sanitaria lon favoriscano in modo marcato. La Francia, per esempio, ha operato in entrambe le direzioni: da una parte la Ru 486, vissuta come un «prodotto nazionale», è stata molto propagandata, dall’altra il fatto che l’aborto chirurgico richieda tre giorni di degenza ospedaliera rende la procedura chimica più breve e più comoda. In Germania, invece, dove l’interruzione di gravidanza non è pagata dallo Stato, le donne hanno scoperto che il costo della pillola è almeno equivalente a quello di altre metodiche, perché richiede molte più visite di controllo.

La scelta delle donne è dunque influenzata da molti fattori, ma certamente non si esprime in modo così entusiasta e univoco come alcuni medici italiani vorrebbero far credere. Non c’è stata la «trasmigrazione in massa» dall’aborto chirurgico all’aborto chimico ventilata dal dottor Srebot, primario dell’ospedale Lotti di Pontedera, disposto a giurare sulla assoluta sicurezza della Ru 486. Questa esibizione di certezze è quasi surreale, visto che lo stesso direttore scientifico della Danco dichiara di non sapere se il mifepristone dia più garanzie di altri metodi, e mentre la stampa americana discute delle quattro morti avvenute in California in seguito ad aborto chimico.

Per scegliere davvero, le donne avrebbero bisogno di un’informazione più cauta e più corretta, che non le illudesse sulle meravigliose virtù di una pillola. Ma dietro lo schermo della libera scelta delle donne agisce la consapevole scelta di una parte della classe medica, che vuole liberarsi dal peso degli interventi abortivi negli ospedali. Con la Ru 486 non si impegna il proprio reparto nella drammatica routine delle interruzioni di gravidanza, e non ci si infila in un imbuto professionale. Che alcune donne poi confessino «non ho mai sofferto tanto», è meglio non farlo sapere.

 

Chi è

Già femminista, leader del Movimento della liberazione della donna, Eugenia Roccella è tra le studiose che più stanno contribuendo alla rilettura di quel periodo, mettendo in discussione alcuni stereotipi delle battaglie di allora. Tra i suoi ultimi lavori c’è il saggio, scritto con Lucetta Scaraffia, «Contro il cristianesimo. L’Onu e l’Unione Europea come nuova ideologia» (Piemme, 2005).

L'avvertimento

Non è un quotidiano confessionale a rilanciare le preoccupazioni sulla sicurezza della Ru 486, ma uno dei più "laici" e diffusi al mondo, ovvero il New York Times. Il quale ieri ha parlato del caso delle quattro donne morte in seguito all’assunzione della pillola per l’aborto chimico, dal settembre 2003 al giugno 2005, nella sola California. Il sospetto è che siano morte da shock settico, per un’infezione batterica da Clostridium sordellii. La Food and Drug Administration, l’agenzia federale che supervisiona il mercato farmaceutico statunitense, ha aperto un’indagine per accertare il rischio di mortalità della Ru 486.