Speciale Ru 486
(08 dicembre 2005)
In Toscana, dove le Asl fanno ordinazioni in Francia
di Andrea Bernardini
In Toscana fino a oggi una ventina di donne hanno fatto ricorso all’aborto chimico. Una di loro si è rivolta all’ospedale di San Miniato, tutte le altre all’ospedale di Pontedera. Il protocollo stabilito dall’assessorato regionale al Diritto alla salute della Toscana prevede l’utilizzo combinato di mifepristone (meglio conosciuto come Ru 486) e di misoprostol. L’aborto chimico si dovrebbe consumare in due appuntamenti. Il primo giorno, in day hospital, la donna che ne fa richiesta assume per via orale dai 200 ai 600 mg di mifepristone.
Al secondo appuntamento in ospedale, la donna riceve il misoprostol, quindi viene tenuta sotto osservazione per tre ore, sì da vedere gli effetti del prodotto. L’aborto, in questo caso, si consuma per sei donne su dieci, mentre le altre quattro devono far ricorso ad altro misoprostol. Secondo stime ritenute attendibili dagli uffici regionali, in una percentuale del 2/5 per cento dei casi la donna dovrà comunque essere sottoposta a un raschiamento per completare l’interruzione della gravidanza o per bloccare eccessive perdite di sangue. Ma può anche capitare che la gravidanza prosegua e allora il rischio di malformazioni fetali alla nascita aumenta. La Ru 486, com’è noto, non è presente nella farmacopea italiana. La si sperimenta in Piemonte, al Sant’Anna di Torino. Non in Toscana, dove la pillola abortiva viene importata (a carico delle Asl o dell’assistita) dall’azienda produttrice, la Excelgyn di Clermont Ferrand. Sono le stesse Asl a farne richiesta. Nella farmacia dell’Ospedale Lotti di Pontedera la prima confezione di Ru 486 necessaria per l’aborto è arrivata lo scorso 7 novembre. Da allora diversi altri invii (uno fallito) per donne provenienti da tutta Italia.
Si tratta di gocce nel mare degli aborti praticati in Toscana con l’intervento chirurgico: 8.763 nel 2004, secondo i dati forniti dal Ministero della Sanità. Aborti consumati per lo più da italiane (5.920), ma anche da cittadine straniere (2.843); da donne per lo più occupate (4.542), ma anche disoccupate (1.143) o casalinghe (1.730), molte con uno o più figli già in carico (5.059) e con alle spalle già una o più aborti (2.707). Gocce che comunque aprono una breccia verso l’idea di un "aborto dolce". «E invece l’aborto dolce non esiste – commenta Marco Carraresi, presidente del gruppo Udc in consiglio regionale, che sulla questione sta dando battaglia –. L’interruzione di gravidanza è sempre un dramma».
In consiglio regionale, la minoranza del centro-destra che intendeva fermare l’utilizzo della Ru 486 in Toscana ha trovato un alleato in Luciano Ghelli (Comunisti italiani): «L’aborto – dice ad Avvenire Ghelli – è un disvalore, la vita va tutelata a partire dal suo concepimento e va difesa sempre. Né la pillola può essere scambiata come un anticoncezionale. E allora la legge 194 va applicata nella sua interezza, a partire dalle misure tese a prevenire l’aborto».