Speciale Ru 486 (08 dicembre 2005)
Parola d’ordine: sdrammatizzare

Lucetta Scarafia

Sulla pillola Ru 486 si è avviato un dibattito fra sordi, o, per meglio dire, sordi sono i giornali laici che hanno fatto finta di non vedere gli articoli di denuncia della nocività della pillola abortiva apparsi su Avvenire e su Il Foglio in base a una vasta documentazione. Questa stampa ha sinora preferito accusare quanti respingono questa pillola, dicendo che sono mossi dal desiderio di vedere soffrire le donne che abortiscono perché vogliono la loro punizione, senza approfondire la questione dei rischi per la salute e per la vita delle donne che la assumono.

Questa situazione assurda rivela quanta ipocrisia e falsi buonismi gravitino intorno al tema dell’aborto quando si vuole negare la sua gravità morale: tutti sono disposti a dire che le donne soffrono nell’abortire, che si tratta di una decisione pesante e difficile da prendere, che le donne che abortiscono sono tutte disperate; non si può dire invece che si tratta di un grave problema morale, cioè di uccidere un essere umano alla sua origine. Chi lo dice è subito accusato di fanatismo, come chi osa far presente che non solo quell’essere ha il diritto di nascere, ma che forse soffre di questa fine violenta. Del feto bisogna parlare meno possibile, mentre l’interesse si concentra sulla libertà della donna e sulla sua autonomia, e nessuno vuole vedere come dietro queste espressioni in apparenza condivisibili ci sia soltanto l’immensa solitudine di chi abortisce.

C’è molta ipocrisia anche in coloro che dicono di volere rendere più facile e meno doloroso l’aborto con la pillola Ru 486, ma che in realtà, invece di difendere le donne, fanno l’interesse di medici e ospedali che sperano, in questo modo, di liberarsi di molti interventi che non solo appesantiscono il lavoro quotidiano, ma che alla fine trasmettono un disagio ineludibile anche per coloro che ideologicamente non hanno dubbi. Lo ha riscontrato Luc Boltanski nel suo studio sulle conseguenze di trent’anni di aborto legale in Francia: i medici e gli infermieri addetti agli aborti chiedono una turnazione veloce e soprattutto denunciano difficoltà gravi gli infermieri addetti all’eliminazione dei feti. Un disagio e un peso che hanno convinto anche la ginecologa genovese Rossana Cirillo – femminista che per molti anni è stata l’unico medico non obiettore del suo ospedale – a smettere di fare aborti, come ha detto in una lunga intervista a Stefano Lorenzetto su Il Giornale dello scorso 4 dicembre.

Nella cultura del politicamente corretto l’aborto deve essere alleggerito di tutto il suo peso terribile affinché le donne lo scelgano con più leggerezza, senza sentirsi in colpa. Sentirsi in colpa è considerato oggi un sentimento inammissibile per individui "liberi", e quindi da anni è in atto un tentativo di "normalizzare" questo intervento per trasformarlo in una prestazione medica come qualsiasi altra, privandolo cioè di ogni valenza morale. Un tentativo che si rivela nella nuova denominazione – Ivg (interruzione volontaria di gravidanza) – introdotta in Francia da Simone Weil negli anni Settanta, e poi rapidamente adottata in tutto il mondo, a cui è seguita quella di "pillola del giorno dopo" per la pillola abortiva oppure, nella terminologia utilizzata dall’IPPF (Federazione internazionale per la pianificazione familiare), "ripristino della regolarità mestruale", quasi la gravidanza fosse una malattia da curare, una irregolarità da cancellare. Insomma, una ipocrisia che vuole velare la gravità dell’atto, della decisione di abortire, facendone al massimo una questione economico-sociale – sarebbero soprattutto donne con problemi di questo tipo ad abortire – o psicologica, per il danno che subirebbe la salute psichica della donna ad accettare il figlio.

Come se fossimo in grado di sapere in anticipo ogni nostra reazione emotiva, anche in caso di esperienze mai sperimentate, come se per la donna un figlio non programmato costituisse una minaccia, e non magari una straordinaria e bella sorpresa.

I sostenitori della Ru 486 si ammantano quindi di ipocrisia, fingendo in primo luogo di non vedere i rischi per la salute di chi la assume e poi descrivendola come una facilitazione, una sdrammatizzazione dell’aborto, quasi una estensione della contraccezione: è solo una pillola, come "la pillola" per eccellenza, quella anticoncezionale. Senza riconoscere che con questa pillola la donna abortisce completamente da sola, da sola si assume questa terribile responsabilità – che prima in qualche modo condivideva con il ginecologo e gli infermieri – e da sola rimane a controllare che tutto avvenga secondo le istruzioni ricevute. In una società pronta ad assicurare sostegno psicologico, oltre che economico e medico, in ogni situazione di emergenza, dal disastro aereo allo tsunami, sembra invece che lasciare sola una donna ad abortire costituisca una garanzia della sua libertà e della sua autonomia. Ma cosa ne faranno di libertà e autonomia queste donne che, come ogni essere umano, sognano in fondo solo il calore dell’amore? La libertà e l’autonomia sono davvero beni assoluti, così preziosi che per ottenerli si può sacrificare tutto, anche una nuova vita?