Scoperte (22 settembre 2005)
Che progresso è quando stritola la vita?

di Giorgio Carbone

L' esistenza umana è spesso contrassegnata dal paradosso e dalla contraddizione. Tuttavia, un conto è il paradosso che io contemplo con stupore, altro conto è la contraddizione che procuro con malizia. Così da un lato ammiro con gioia una consapevolezza sempre più diffusa circa il valore dell’individuo umano, della sua vita e della sua libertà, consapevolezza che è tradotta nelle Dichiarazioni internazionali dei diritti.


Ma dall’altro lato mi irrita profondamente, per usare solo un eufemismo, il fatto che in tanto progresso culturale, economico e tecnologico esistano segni di contraddizione tali da vanificare la consapevolezza circa i diritti fondamentali di ogni uomo. Ad esempio, da un lato le recenti conquiste della medicina consentono di tenere in vita e far crescere bambini nati prematuri di appena 23 settimane dal concepimento, mentre dall’altro lato si spendono ingenti capitali per uccidere feti anche al di sopra delle 23 settimane o uomini allo stadio embrionale con il micidiale "pesticida" umano Ru486. Da un lato la medicina riabilitativa e la farmacologia avanzata consentono di migliorare la qualità della vita di molti anziani e di prolungare la loro esistenza, dall’altro si mettono a punto tecniche e farmaci per diffondere l’eutanasia. Da un lato alcuni governi tagliano drasticamente le spese sociali e assistenziali, ma dall’altro lo stesso Stato continua ad accollarsi le spese dell’aborto, pur di offrirlo gratuitamente. Queste sono semplici contraddizioni? Oppure dietro di esse c’è una logica che per adesso ci sfugge? Sono contraddizioni che hanno una loro "logica": sono la conseguenza della libertà sradicata dalla verità, dell’esaltazione idolatrica della libertà che in realtà diventa capriccio pusillanime e smania di seguire le proprie pulsioni irrazionali.


Il pensiero debole, oggi dominante, insegna questo tipo di libertà completamente svincolata dall’uomo: una libertà assoluta e indipendente da ciò che l’uomo è. La libertà è essa stessa un valore, anzi è il valore per eccellenza. Basta essere liberi di scegliere: questo è quello che conta. Non importa, poi, il contenuto della scelta. Perciò è necessario avere più alternative da scegliere. Una sola possibilità sembra già rendere l’uomo schiavo di essa. Ancora, è sufficiente che un’azione sia fisicamente possibile perché sia anche buona moralmente: la bontà morale, cioè dell’agire, coincide con la possibilità fisica. Ma, ad esempio, dal fatto che io ho la capacità fisica di bere quattro litri di birra, segue che berli è una scelta moralmente giusta? Ho anche la possibilità di scegliere che cosa bere, perché di fatto posso fisicamente bere birra, o cianuro, o ammoniaca. La semplice possibilità fisica o tecnica rende buona qualsiasi scelta? Dal puro fatto fisico deriva la legittimità morale di un’azione? Perché un’azione la chiamo buona e un’altra la chiamo cattiva? Cioè, qual è il criterio che fonda la bontà morale della mia vita?


Rispondere a questi interrogativi diventa ancor più complicato perché la "dittatura del relativismo" ha persuaso molti che l’uomo sia incapace di cogliere la verità su di sé e sul mondo e che esistano soltanto opinioni personali tutte ugualmente plausibili. Sono queste le sfide culturali con le quali noi tutti siamo chiamati a confrontarci. Si tratta di sfide urgenti e fondamentali, perché la libertà arbitraria svincolata dalla verità oggettiva conduce all’autolesionismo e alla distruzione (eutanasia docet) e il relativismo nel campo della conoscenza impedisce agli uomini di stringere relazioni autentiche e di comunicare nel senso più profondo del termine (ad esempio, l’affettività umana è banalizzata a puro gioco di un piacere epidermico).


Questi due dogmi del pensiero debole – "libertà senza verità" e "la verità non esiste" – sono anche falsi, perché dire "la verità non esiste" significa già affermare una verità che si vorrebbe universale e sempre valida, come sostenere la "libertà senza verità" significa candidarsi all’insignificanza della vita. È come vagare senza meta o rubare a un escursionista la mappa e la bussola. La libertà senza limiti e condizioni apparentemente sembra la massima emancipazione cui poter aspirare. E inizialmente può anche darci una piacevole ebbrezza, ma presto si rivela per quello che è: ci priva dell’obiettivo della nostra vita, ci deruba del senso e della gioia dell’esistenza. La libertà senza verità, oltre a essere pura utopia, è quindi suicida, minaccia la stessa sopravvivenza dell’uomo. «Le fantasie genetiche, il crollo della natalità, il disprezzo della vita umana, soprattutto la vergognosa liberalizzazione dell’aborto, la glorificazione delle devianze sessuali la corrosione dell’istituto della famiglia e il permissivismo dilagante ne sono i segni più manifesti» (cardinale Giacomo Biffi).


Dimostrata l’infondatezza di questi due "dogmi", possiamo tornare al problema iniziale: perché un’azione la chiamo buona e un’altra la chiamo cattiva? Qual è il criterio che fonda la bontà morale della mia vita? Quando acquistiamo un computer o un qualsiasi altro elettrodomestico, pretendiamo giustamente che sia un buon computer, cioè sia costruito e funzioni a regola d’arte, cioè che sia conforme a una norma. Ora, è la conformità a questa norma che rende buono il computer, in quanto solo se è costruito e funziona conformemente ad essa può raggiungere l’obiettivo per cui è stato progettato e per cui io l’ho acquistato. In modo analogo, la vita morale di ognuno di noi sarà buona quando è conforme a una regola. Per chi ha scelto di non credere in Dio, questa regola è la sua sola ragione. Per chi ha scelto di credere, invece, la sua regola è non solo la ragione umana, ma anche la volontà di Dio in vari modi manifestata. La regola è costituita dalla ragione, perché è la ragione che scopre quali sono le mie più autentiche esigenze, conosce i mezzi per soddisfarle, valuta questi mezzi, li giudica e, infine, illumina la volontà e le comanda di compiere una precisa azione.


Questo "lavoro" non può essere condotto né dall’impulso cieco e irrazionale, né dall’emozione o dal sentimento passeggero, né dalla semplice esperienza sensibile, ma solo dalla ragione, che analizzerà anche tutti questi aspetti della persona umana. L’autentica libertà umana è una conseguenza di questo "lavoro" della ragione e della sua sinergia con la volontà, perché la libertà non è altro che la capacità di essere causa determinante delle proprie azioni. Infatti, tu fai esperienza di essere libero tutte le volte che causi in modo determinante un’azione, cioè quando la conosci razionalmente e sei tu a volerla, anche se non hai altre possibilità tra le quali scegliere. Quindi la libertà più radicale non consiste nella libertà di scegliere tra questo e quello, ma nell’essere causa di se stessi. Non si dà libertà senza la conoscenza razionale di sé, cioè senza la verità su se stessi. Perciò il pensiero debole, negando all’intelligenza umana la capacità di conoscere il vero, rende un pessimo servizio all’uomo e alla sua libertà pregiudicando seriamente il suo progresso morale e civile. Ne consegue che è urgentissimo costruire una nuova cultura fondata sulla dignità di ogni essere umano.


Inoltre, se la società vuole assicurare ai suoi componenti la libertà, allora dovrà cominciare a garantire loro l’esistenza. Il diritto alla vita è la condizione storica e sociale perché l’uomo possa esercitare la sua libertà. Perciò l’impegno primario di ogni vera democrazia libera è quello di riconoscere la dignità di vita a tutti gli uomini. Da tempo, purtroppo, assistiamo in modo drammatico al diffondersi di una tendenza culturale che esaspera in senso individualista la libertà e legittima la sua riduzione egoistica, al punto che ciò che mi piace e ciò che oggi mi fa comodo assurge a un mio diritto soggettivo, prescindendo anche dai diritti fondamentali dell’altro. L’autentica libertà individuale, invece, nasce e si esercita in un contesto di libertà interpersonale e sociale. È inseparabile dal diritto alla vita, perché questo ne è il presupposto. Mi educa a scegliere il mio vero bene. Mi insegna ad amare in modo sincero e mi fa gustare la gioiosa bellezza dell’esistenza mia e degli altri.