monitor (05 ottobre 2006)
Ru 486 bocciata. E c’è chi non se n’è accorto

di Assuntina Morresi

E’ stata definitivamente interrotta nei giorni scorsi all’ospedale Sant’Anna di Torino la sperimentazione sulla Ru 486, la pillola abortiva. Come sanno i lettori di è vita, il Comitato etico dell’ospedale – presieduto da Mario Valpreda, assessore regionale alla Sanità, di Rifondazione Comunista – aveva espresso parere negativo sulla sperimentazione perché molti aborti erano avvenuti al di fuori della struttura sanitaria, in violazione del protocollo stabilito e della legge 194 sull’aborto. Il 28 settembre i vertici dell’ospedale hanno condiviso il parere del comitato e sospeso definitivamente la sperimentazione. Nel frattempo anche la Procura di Torino sta indagando e il responsabile dello studio, il ginecologo Silvio Viale, militante radicale, ha ricevuto un avviso di garanzia insieme ad alcuni suoi collaboratori.

Lo scorso anno, sempre a settembre, era stato l’allora ministro della Sanità Storace a sospendere la somministrazione sperimentale della pillola abortiva, proprio per lo stesso motivo: una donna aveva abortito al di fuori dell’ospedale. Nel clamore dei media, la sperimentazione era ripresa solo dopo una modifica del protocollo, che imponeva tre giorni di ricovero per cercare di evitare l’aborto casalingo, fuorilegge.

Ma se Storace era stato bollato sulle prime pagine di tutti i giornali come oscurantista e nemico delle donne, più difficile è fare lo stesso con il Comitato etico dell’ospedale e i vertici dell’azienda sanitaria. Conseguenza: la notizia dello stop è stata data, sì, ma con la sordina. Il Corriere della Sera l’ha relegata in un piccolo trafiletto, altri quotidiani ne hanno parlato solo nelle pagine di cronaca locale: niente titoloni in prima pagina, niente talk show. Altro giro, altra corsa.

La verità è che con l’aborto farmacologico è impossibile conoscere quando, dove, come e se si abortirà. La fase espulsiva può avvenire dopo la prima pillola, la Ru 486, che atrofizza l’embrione, oppure, entro tre giorni, cioè 24 ore dopo il secondo farmaco, quello con cui si espelle l’embrione, oppure nei successivi quindici-venti giorni. Nei Paesi in cui viene utilizzata, la pillola abortiva è sinonimo di aborto casalingo poiché è impossibile ricoverare una donna per un tempo così lungo, soprattutto quando l’alternativa è l’aborto chirurgico in day hospital: un paio d’ore, di cui pochi minuti per l’intervento. Ma in Italia evidentemente c’è ancora chi ignora tutto questo, e scrive che a causa della «espulsione di frammenti ovulari» c’è «un’eventualità possibile e in qualche caso accaduta» di trasfusione per emorragie uterine «che rende necessario usare il metodo in una struttura sanitaria. A dispetto di quanto a volte raccontano i suoi detrattori, la Ru 486 non può in alcun caso consentire di compiere un’interruzione di gravidanza a domicilio, senza controllo medico». L’affermazione è sul numero di ottobre della rivista Le Scienze, in un articolo che ha ben poco a che fare con ciò che evoca l’autorevole testata.

Lascerebbe pensare che usando la pillola si abortisce sempre in una struttura sanitaria, il che è contrario alla prassi di tutti i Paesi in cui si usa la pillola per abortire, compresi i risultati della sperimentazione italiana. Forse l’articolo voleva dire che con la Ru 486 c’è un’interruzione di gravidanza a domicilio ma sempre sotto controllo medico: in effetti alla donna che torna a casa dopo la prima pillola, vengono forniti tutti i recapiti telefonici dell’ospedale più vicino, ed è universalmente noto che il numero del cellulare del ginecologo è equiparabile a un ricovero in reparto... Una telefonata salva la vita, insomma, anche per Le Scienze.

Nell’articolo ci si guarda bene dallo specificare i tempi lunghi in cui l’aborto si consuma, e men che meno i più comuni effetti collaterali (si parla di «sgradite sorprese», senza specificare): non si menzionano crampi, vomito e diarrea, né gli antidolorifici somministrati di routine. Si glissa sul fatto che più della metà delle donne vede l’embrione abortito, e quando si parla delle morti già provocate dal batterio Clostridium Sordellii se ne pasticciano numero e descrizione. Non si dice che quattro donne sono morte in meno di due anni solo in California e che nessuno sa spiegare perché. Si tace che una donna in Canada è morta durante una sperimentazione ufficiale. Si citano ampi stralci del New England Journal of Medicine. Peccato aver dimenticato l’articolo della prestigiosa rivista in cui si spiegava che la mortalità per aborto chimico è dieci volte maggiore di quella per aborto chirurgico, omettendo anche di raccontare il congresso internazionale convocato d’urgenza sull’argomento dalle autorità federali americane appena pochi mesi fa.

Ma la vera perla è l’ultimo paragrafo, là dove si descrive il caso italiano spiegando che «gruppi analoghi» agli antiabortisti (quali saranno mai?) «con l’appoggio di una parte della classe politica e della stampa in Italia impediscono da anni l’uso del farmaco già estesamente collaudato in vari Paesi». Affermazione falsa: in Italia non si usa la pillola abortiva perché l’azienda che la produce non ne ha mai richiesto la registrazione. E non l’ha fatto certo per paura di boicottaggi di altri suoi farmaci, visto che la Ru 486 è il suo unico prodotto. Incredibile anche la ricostruzione della sperimentazione al Sant’Anna: non si dice il motivo dell’ordinanza di sospensione dello scorso settembre, ma si parla del contrasto fra il ministro Storace e i medici toscani che hanno importato la pillola, glissando sul recente parere negativo del Comitato etico dell’ospedale di Torino, per tacere degli ultimi sviluppi.

Chissà se l’estensore dell’articolo sa che, mentre Le Scienze usciva in edicola, la sperimentazione veniva sospesa dalle autorità sanitarie locali. Proprio perché, per la legge italiana, pillola o no, «non si può in alcun caso consentire di compiere un’interruzione di gravidanza a domicilio, senza controllo medico».