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Sul fronte
(06 ottobre 2005)
Con la Ru486 gli ospedali fanno economia...
di Antonella Mariani
La pillola abortiva? Presenta per le pazienti rischi analoghi a quelli dell’intervento chirurgico e in più toglie tempo alle donne per cambiare idea. E se si è diffusa in molte aree del mondo – dalla Cina alla Francia, dagli Stati Uniti fino al Nord Europa – è soprattutto per questioni economiche. La sanità pubblica, in altre parole, risparmia sulle sale operatorie, sull’impiego del personale medico, chirurgico e infermieristico. Parola di Clementina Peris, che risponde dal suo studio medico al Sant’Anna di Torino, dove lunedì prossimo potrebbe riprendere la sperimentazione della Ru 486 dopo un periodo di sospensione decretato dal ministero della Salute. La dottoressa Peris è responsabile del Centro di prevenzione e terapia della sterilità di coppia: in tempi referendari, appoggiò strenuamente anche su queste colonne le ragioni del non voto e della difesa della legge 40. Ora si trova di nuovo in prima linea: come presidente del Comitato per le Pari opportunità dell’ospedale, sta preparando con le colleghe ginecologhe un documento pubblico sul "caso Ru 486" visto dalla parte delle donne (vedi articolo a parte).
Dottoressa Peris, lunedì al Sant’Anna potrebbe riprendere la sperimentazione della Ru 486. Come ha vissuto, nei giorni scorsi, l’altolà del ministero? Come un atto dovuto. Era stato sollevato un tale polverone mediatico che il ministero non ha potuto non farsi sentire. Era suo diritto chiedere un’aderenza al protocollo specifico o eventuali sue modificazioni.
Che ci sono state. E ora che succede? Che si riprende come previsto dal nuovo protocollo, cioè con il ricovero della paziente per l’intera durata del trattamento. Questa è una procedura che evidentemente attiene alla fase della sperimentazione: perché il farmaco sia accettato in Italia è necessario che i medici acquisiscano esperienza e dunque devono monitorare la paziente da vicino.
Di Ru 486 lei si era occupata già otto anni fa, quando le donne della sede storica torinese del Pci, le chiesero una relazione su quanto accadeva in quel periodo in Francia. A quel tempo qual era stato il suo giudizio sulla pillola abortiva? In quella occasione misi in luce che non era oro tutto ciò che luccicava. Scrissi che non esiste la pillola che libera le donne da ogni rischio dell’aborto; si tratta di un mito. Aggiunsi che in Francia le pazienti abortivano a casa propria, da sole, e che c’erano stati casi fatali dovuti a choc emorragici. In effetti negli anni successivi in Francia sono stati messe in atto procedure che tendono a un miglior controllo della paziente. Si è trovato inoltre un abbinamento tra Ru 486 e prostaglandine che permette uno svuotamento dell’utero dopo il distacco dell’embrione e riduce il rischio di emorragia.
Dunque, niente più rischi per la salute della donna, come promette qualche medico? Chi presenta la pillola abortiva in questo modo è un irresponsabile. Questa metodica, è vero, comporta alcuni vantaggi, che però non c’entrano con la salute delle donne.
Quali sono questi vantaggi? La Ru 486 solleva le strutture mediche e ospedaliere dal dover mettere a disposizione una sala operatoria, un ginecologo, un chirurgo, un ferrista, uno strumentista e il personale di sala operatoria. I costi per la società vengono minimizzati con il ricorso alla tecnica farmacologica, che ha avuto un grosso impulso, dalla Cina alla Francia, fino agli Stati Uniti soprattutto per motivi di praticità ed economia nei riguardi della spesa sanitaria.
Dunque non è vero che l’aborto farmacologico comporta meno disagi per le donne? No. Anzi, ne comporta forse di più. Quando sarà finita la sperimentazione, la paziente verrà una volta in ospedale per la prima somministrazione della pillola, poi una seconda e infine una terza per il monitoraggio. Questo è ovviamente un disagio maggior rispetto all’intervento. La metodica poi ha lo svantaggio di essere applicata così precocemente da lasciare poco tempo alla donna per pensarci sopra. Perché molte donne cambiano idea; ne hanno ben diritto. E il cambiare idea può essere frustrato da una decisione presa troppo in fretta.
La Casa delle donne di Torino, nei giorni scorsi ha diffuso un documento di appoggio alla Ru 486: impedirne l’uso – si sostiene – costituisce un danno per le donne che vogliono ricorrere all’aborto. Le sue parole di poc’anzi smentiscono questa opinione... Sì, molte tra le ginecologhe del Sant’Anna non si sono affatto riconosciute in queste parole e anche per questo abbiamo deciso di elaborare un nostro documento. Credo che una donna che abbia coscienza di se stessa e del suo essere persona non fa un aborto senza pensarci mille volte, lo vive con sofferenza, lo percepisce come una violenza. Quando una donna arriva a decidere di abortire, dunque, è del tutto ininfluente che lo faccia chirurgicamente o per via farmacologica. La sofferenza che sperimenta è identica. La sostanza è l’aborto, non la metodologia. Demonizzare l’aborto chirurgico come "cattivo" e propagandare quello farmacologico come "buono" e "innocuo" è una mistificazione, un’idiozia ed è disonesto nei confronti della donna, tanto più se pensiamo che tra il 50esimo e il 90esimo giorno di gestazione l’aborto chirurgico è l’unica opzione possibile.
Perché disonesto nei confronti della donna? Perché se l’intervento chirurgico viene presentato come rischioso, le donne si precipiteranno a chiedere la Ru 486, rinunciando a un ulteriore lasso di tempo che può servire per cambiare idea e recedere dall’aborto. E, se decideranno di aspettare, saranno ancora più angosciate dall’idea di dover ricorrere a una metodologia presentata come dannosa per la propria salute. Questo invece non è esatto. Ancora non capisco come si sia diffusa l’idea che l’aborto farmacologico sia più innocuo per le donne...
Forse perché si tratta pur sempre di pillole e dunque facili da "mandar giù"... Pillole per la quale alcune donne sono già morte in giro per il mondo.
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