In tempi di referendum sulla legge 40 è frequente sentire una onorevole Barbara Pollastrini, Ds, sostenere che «il dovere del legislatore, soprattutto su materie come la fecondazione assistita, sarebbe quello di alimentare il confronto e il dialogo». O un esponente del partito radicale raccomandare l’«ascolto della voce delle donne». Appelli che condividiamo e a cui cerchiamo di contribuire, dando la parola a quelle figure storiche del mondo femminista che sono rappresentanti d’autorità della cosiddetta "voce delle donne". Come Eugenia Roccella, figlia di Franco – tra i fondatori del Partito radicale –, negli anni ’70 leader del Movimento di liberazione della donna, a lungo militante radicale, e oggi giornalista.
L’Italia è uno dei Paesi con il più basso tasso di natalità, il nesso con la maternità è espunto dall’icona della donna di oggi, e chi ha legittimato, anche culturalmente, questa situazione a un tratto sembra ossessionato dalla necessità di mettere al mondo dei figli. Cosa ne pensa?
«Quello che si sente da parte del fronte referendario sul diritto alla maternità, o alla consanguineità con il proprio figlio, quest’idea per cui la procreazione assistita sarebbe un modo per andare incontro a un desiderio naturale della donna, fa parte di un armamentario esclusivamente propagandistico. È un’accentuazione retorica per giustificare la prassi, appunto, della fecondazione assistita. Da molto tempo non si valorizza in alcun modo la maternità e non si fanno politiche per aiutarla. Di più: il modello emancipazionista per la donna che ancora viene difeso è un modello prettamente maschile, di libertà dal corpo e quindi dalla maternità. È una libertà senza corporeità e senza problemi di cura, di assistenza, di riproduzione ecc. Dal che è facile capire come la retorica sul diritto di avere un figlio sia davvero strumentale. Ed è ridicolo invocare la "naturalità" del desiderio materno quando si intraprende un cammino che va in senso diametralmente opposto, verso l’assoluta "non-naturalità"».
Si attacca una norma della legge 40 come «pericolosa per la salute della donna», e si difende a spada tratta una via che è in sé una grande incognita proprio per la salute della donna. Non le sembra strano?
«Guardi, se uno fosse davvero preoccupato per la salute della donna dovrebbe vietare le stimolazioni ormonali tout court. In Italia, poiché il dibattito femminista in materia non viene alla luce – per timore di nuocere alla sinistra, o per paura di farsi strumentalizzare – sembra che tutte le donne siano schierate a favore della procreazione assistita. Il che non è vero. In America, per farle un esempio, c’è a questo riguardo una discussione pubblica, con una vasta ala del mondo femminista contraria alla procreazione assistita proprio perché considerata una pericolosa manipolazione del corpo della donna. Le autrici del famoso libro Noi e il nostro corpo – che viene ristampato continuamente in edizione aggiornata – del gruppo femminista di Boston, hanno avanzato molte riserve sulla procreazione assistita proprio sul piano della salute. Tutti sanno, poi, che questa pratica lascia invariato il problema dell’infertilità, che è il vero nodo. La procreazione assistita non è una terapia. È solo una manipolazione che tende a denaturalizzare la nascita. Il movimento di liberazione della donna ha da sempre tentato di percorrere il cammino inverso: demedicalizzare il più possibile la nascita. Queste cose, però, in Italia non vengono allo scoperto».
Una parola ad effetto che si riaffaccia, nelle discussioni sulla procreazione assistita, è quella della "autodeterminazione" della donna. A lei che ha partecipato alle storiche battaglie femministe degli anni ’70 che effetto fa sentirla in questo contesto?
«Ci sono due discorsi da fare sull’autodeterminazione e la libertà di scelta. Da una parte è bene sapere che lo slogan delle libertà di scelta, il "free choice", è stato messo pesantemente in discussione dalle femministe proprio nella sua terra d’origine, gli Stati Uniti – così com’è stato messo in discussione da alcuni gruppi la separazione tra sessualità e procreazione – mentre qui continua a prevalere il mito della liberazione femminile. Tutto va rimesso in discussione man mano che i tempi cambiano. A nulla servono totem che non si misurano con i nuovi problemi del tempo. La cosiddetta libertà di scelta è stata messa in discussione perché si è cominciato a capire che da libertà di scelta di "quando e se" essere madri, sta diventando sempre più una libertà di scelta sul figlio: la libertà di "chi" essere madri, attraverso la selezione genetica»sul figlio.
Selezione genetica su cui si nota una certa freddezza da parte delle femministe nostrane.
«Un silenzio, insisto, che riguarda soprattutto l’Italia. Nemmeno l’Europa, dove c’è già un’associazione internazionale nata in Olanda, il Finrrage, che si occupa di questo. Nel nostro Paese questi temi sono sottotono perché il dibattito è ideologizzato e collocato all’interno degli schieramenti politici, oppure della contrapposizione tra laici e cattolici. Altrove la riflessione sull’eugenetica è molto avanzata. Penso sempre agli Stati Uniti, dove si comincia a mettere in luce il fatto che i passaggi da "l’utero è mio" e "l’embrione è mio" fino a "il bambino è mio", hanno cambiato radicalmente il senso di antichi slogan. E che la cosiddetta "libertà di scelta" della donna ha invaso territori che non hanno più nulla a che fare con la libertà femminile, ma riguardano la scelta dell’umano».
Negli anni della dicussione sull’aborto la questione era quella di dirimere il dramma di due libertà che si intrecciavano. Non le pare che ora si sia passati ad una fase ulteriore: negare scientificamente che uno dei due soggetti coinvolti sia un essere umano?
«Beh, questo in fondo è sempre stato un po’ fatto. Però è dipeso più dalla polarizzazione dello scontro tra laici a cattolici, penso, che dal movimento femminista in sé. Le femministe, soprattutto quelle storiche, sono sempre state molto caute. Si diceva infatti che l’aborto non è una libertà: è una battaglia per dei fini di libertà. Ma una battaglia che inevitabilmente ferisce».
Guardando alla sua esperienza, come giudica la posizione dei radicali sulla procreazione assistita e la ricerca sugli embrioni umani?
«Io sono molto affezionata ai radicali e voglio molto bene a Marco [Pannella n.d.r.]. Però non sono più d’accordo con loro su nulla, o per lo meno su nulla di quello che sostengono in questo campo. I radicali sono degli individualisti. E come tali mi stupisce che non si rendano conto che le battaglie che stanno conducendo vanno verso la distruzione dell’individuo. Per esempio attraverso l’eugenetica, che loro pensano non venga introdotta se passassero i referendum, mentre non è vero. L’eugenetica è un processo che non si può fermare, una volta entrata nel mercato delle opzioni. Quante donne si prenderanno la responsabilità di mettere al mondo un figlio malato, se sarà possibile vagliarne a livello embrionale la "qualità"? Se diagnosi e selezione embrionale entreranno nel mercato delle opzioni, tutte le donne cominceranno a chiederle. E il tipo di richieste si allargherà tanto quanto si allargheranno le possibilità scientifiche. Forse questa legge non è un gran che, però è certamente una porta chiusa di fronte all’eugenetica. E io voglio una porta chiusa rispetto alla possibilità che si apra anche un solo spiraglio. I radicali sottovalutano questo rischio. Accentuano il discorso della libertà di scelta e sottovalutano la possibilità che essa diventi scelta "di chi" essere madri o padri. Non rendendosi conto, poi, che tutto ciò consegna l’individuo, silenziosamente, nelle mani di nuovi poteri: medici, scientifici o tecnocratici».
Non le pare curioso che chi, come i radicali, ha condotto campagne durissime sui danni per la salute pubblica di centrali nucleari, pesticidi e quant’altro, oggi mostri la più completa indifferenza ai rischi di pratiche come quelle di cui stiamo parlando?
«Questo vale anche per i Verdi, ovviamente. Solo che per loro mi pare sia un atteggiamento strumentale. Per i radicali si tratta del fatto che non si rendono conto delle ricadute anti-individuali del loro individualismo, come del fatto che da un’idea di libertà senza limiti si ottiene un’illibertà assoluta. Si ottiene il totalitarismo genetico o il totalitarismo tecnocratico».
Qual è il motivo di questo atteggiamento?
«Il non volersi discostare da un filone tradizionale e il non volersi misurare con i veri scenari della post-modernità, direi. Ci si comporta un po’ come i famosi giapponesi che continuavano a combattere dopo la fine della guerra. Se le situazioni cambiano, anche gli strumenti di giudizio e di intervento, devono cambiare. I radicali in questo risentono di una specie di forza di inerzia, per cui seguono una strada predefinita senza un particolare sforzo di riflessione. Questo è del resto un problema della cultura liberale in generale. Il pensiero liberale ha la necessità di aggiornarsi, ma di fronte agli scenari contemporanei questo processo può risultare complicato. Da qui la recente apertura di diversi suoi esponenti agli insegnamenti della Chiesa. Che su certe questioni rende evidente a molti, oggi, la sua saggezza».