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L'inchiesta
(01 dicembre 2005)
Il dossier Usa "inchioda" la Ru 486
di Assuntina Morresi
Dopo cinque anni di commercializzazione della "pillola abortiva", l’aborto chimico viene effettuato negli Usa solo in bassissime percentuali: nel 6% dei casi secondo il New York Times, nel 3% secondo riviste specializzate. Uno strano risultato per un metodo propagandato ora per esempio in Italia come più sicuro e "amichevole" rispetto alle usuali procedure chirurgiche, considerando anche che i costi negli Stati Uniti per le due «soluzioni» non differiscono di molto.
Il motivo è semplice, e lo spiega persino l’Alan Guttmacher Institute, l’istituto di ricerca collegato alla potente Planned Parenthood of America, l’Associazione di Pianificazione Familiare americana che nelle sue cliniche garantisce entrambe le procedure e ha fortemente promosso in questi anni l’uso della pillola abortiva: «Anche se sicuro ed efficace – spiega l’associazione – l’aborto chimico non è un processo facile per le donne che vi si sottopongono: causa perdite di sangue talvolta più pesanti di quelle mestruali e, in alcuni casi, effetti collaterali più pronunciati rispetto a quelli dovuti ad aborto chirurgico. Molte donne provano inoltre disturbi gastrointestinali (come nausea, vomito, crampi e diarrea) che durano da poche ore a diversi giorni. Altri effetti collaterali possono includere emicrania, vertigini e brividi».
C’è da dire che i dati attualmente disponibili danno ancora l’aborto chirurgico più efficace di quello tramite pillola: con questa vengono infatti portati a termine il 92-95% degli aborti, mentre con i tradizionali metodi chirurgici si arriva al 99%. Ma è il New York Times, in due articoli del 16 e 19 novembre di un anno fa, a fare il punto della situazione sull’aborto chimico negli Usa, descrivendo l’aspro dibattito in corso e riportando dati e commenti. È del settembre 2001 la prima donna morta negli Usa dopo una procedura di aborto chimico, a causa di una gravidanza extrauterina, sulla quale il Mifeprex (nome con cui la Ru 486 è commercializzata negli Usa) non ha alcun effetto, tranne quello di mascherarne i sintomi. I primi aggiornamenti ufficiali su pesanti effetti collaterali, a volte causa di morte per la donna, vengono diffusi nell’aprile 2002 dalla Danco Laboratories, la compagnia che distribuisce la pillola negli Stati Uniti. Ma è nel settembre 2003 con la morte per shock settico di Holly Patterson, appena diciottenne, che inizia una serie di azioni legali da parte dei genitori, i quali vogliono accertare il ruolo della pillola abortiva nella morte della figlia.
È grazie alla loro mobilitazione che nel novembre 2004 cambiano le avvertenze del foglietto illustrativo del Mifeprex; il New York Times rende noto che nel frattempo la Fda (Food and Drug Administration, l’ente americano responsabile della registrazione dei farmaci) ha ricevuto ben 676 segnalazioni spontanee di effetti negativi, comprendenti anche 7 casi di infezioni gravi e 72 trasfusioni per eccessive perdite di sangue. Segnalazioni spontanee quanto drammatiche di centinaia di donne, su cui si sta tuttora indagando e delle quali ha scritto la settimana scorsa anche Eugenia Roccella su queste stesse pagine.
Connesse all’uso della pillola abortiva, oltre ai casi americani – fino allo scorso novembre erano tre per infezione, oltre a quella per gravidanza extrauterina – ci sono altre due morti in Inghilterra, una in Svezia e un’altra in Canada, quest’ultima nel settembre 2001, dovuta ancora a shock settico da infezione durante una sperimentazione clinica dell’aborto chimico: a nulla servirono gli antibiotici in dosi massicce, né un disperato intervento di asportazione dell’utero.
Un nuovo allarme viene diramato dall’Fda lo scorso luglio: l’ente statunitense aumenta il livello di attenzione rispetto alle possibili complicanze da infezione batterica. Poi, all’inizio di questo mese, l’ultima comunicazione ufficiale: le morti accertate per shock settico immediatamente successive a una procedura di aborto chimico sono quattro in meno di due anni, tutte in California. La causa è certa: una rara infezione dovuta al Clostridium sordellii, un batterio anaerobico. La Fda ha anche verificato che il Mifeprex distribuito e utilizzato non era contaminato.
Nella sezione "domande e riposte" del sito della Fda ci si chiede perché quattro morti solo in California, e si ammette che al momento non esiste una risposta. Ma il New York Times rivela che almeno in un caso è stata proprio la campagna dei Patterson a persuadere i familiari di una donna morta per aborto chimico a chiedere il test per la verifica della presenza del batterio. C’è quindi la possibilità che questo tipo di morti sia stata accertata solo laddove s’è fatta espressa richiesta di un controllo. Anche per la donna morta in Canada è stata accertata la responsabilità del Clostridium Sordellii.
La Fda e i Federal Centers for Disease Control and Prevention (Centri federali per la prevenzione e il controllo delle malattie) all’inizio del prossimo anno terranno un meeting scientifico per indagare sulla faccenda: si vuole infatti verificare la possibilità che sia proprio il Mifeprex a rendere le donne vulnerabili all’infezione. Ed è questa l’ipotesi avanzata su alcune riviste scientifiche ("Annals of Pharmacotherapy", "Contraception") fin dallo scorso luglio: il mifepristone, principio attivo del Mifeprex, potrebbe interferire con la naturale risposta immunitaria all’infezione. Il mifepristone, cioè, potrebbe causare un malfunzionamento del sistema immunitario, e quindi della sua capacità di reagire all’invasione del Clostridium Sordellii, che si trova nella naturale flora batterica vaginale di una piccola percentuale di donne.
Ma prima ancora del caso di Holly Patterson, nell’agosto 2002, era stata presentata una petizione di alcune associazioni a sostegno della vita formate anche da professionisti in campo medico in cui si denunciavano talune irregolarità da parte della Fda nella registrazione del Mifeprex: in particolare si accusava la Food and Drug Administration di aver seguito un protocollo dedicato solitamente a farmaci salvavita – quelli destinati alla cura del cancro o dell’Aids, per capirci – in base al quale sono considerati accettabili anche pesanti rischi ed effetti collaterali, visto che in quei casi il non uso del farmaco può portare alla morte. Veniva contestato il fatto che le sperimentazioni cliniche prese in considerazione non rispondevano comunque agli standard usualmente seguiti dalla Fda, e in particolare si denunciava la mancata sperimentazione su minori di 18 anni, che invece hanno accesso all’aborto per via farmacologica. Se tutto questo è successo negli Stati Uniti, è lecito domandarsi quale sia la casistica in Cina, dove nel 2000 si sono registrati sette milioni di aborti solo per via chimica (40-50% degli aborti complessivi), dove l’anno successivo la pillola abortiva è stata ritirata dalla distribuzione nelle farmacie «per garantire la sicurezza delle pazienti e la loro salute», e dove attualmente si può abortire con il mifepristone solo in cliniche specializzate.
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